Monday, February 7, 2011

Come muore un blog?

Come sancire la morte di un blog? Un blog può morire o è destinato a vivere in eterno tra i nodi e i sottili fili astratti della rete?

Il blog può morire solo grazie ad un presupposto NECESSARIO: la mia volontà.
Un blog lasciato nel limbo è vivo e fluttuante nello spazio indefinito. La mancanza di aggiornamenti non comporta la morte del blog. Un blog può vivere anche senza nuovi post, può trarre nuova linfa vitale da ogni parola presente dal post della sua nascita.
Tendenzialmente non sono un assassino di blog, il mio vecchio blog vaga ed è in forma splendida. Ogni tanto torno a trovarlo e riesce a farmi cascare una lacrima sulla tastiera: la malinconia è assenza di presente.
Questo blog è fallito per mancanza di interazione con altre forme di vita, presupposto necessario per il proseguo della mia stessa vita (cybernetica o reale). Me ne assumo tutte le responsabilità e chiedo scusa, in ginocchio, a chi si è sentito tradito dalle mie parole.
Amo scrivere e il blog è l'invenzione che amo di più di tutto il web 2.0.
Facebook è stato il mio ennesimo fallimento sociale.
Questo blog è destinato come il mio vecchio blog a vagare per qualcosa che non possiamo (o sappiamo) sondare, sarà felice quando incontrerà qualche disperato visitatore, qualche archeologo dei manufatti astratti di internet, qualche avventore in cerca di parole buttate da recuperare e, possibilmente, ri accoppiare.
Questo blog sarà felice quando tornerò sulle sue pagine e lo saluterò con deferenza e estremo rispetto.
Un blog non può morire quando la tua vita prende strade diverse. Il blog deve stare lì a testimoniarlo.
Questo blog sarà triste quando mi dimenticherò di lui. Ma l'ho avvertito. Lui lo sa.

Ciao blog, ciao a tutti quelli che mi hanno (per sbaglio), seguito.

Friday, February 4, 2011

15 buoni motivi per stare alla larga dal sottoscritto


  1. Racconto un sacco di bugie
  2. alla compagnia di persone insulse preferisco la solitudine
  3. non ho facebook
  4. non scrivo sui muri e sulle bacheche altrui
  5. sono morigerato
  6. schifo la discoteca (o forse l'idea di discoteca che c'è qua)
  7. ascolto i metallica e chuck berry, i blur e saint colombe
  8. spendo soldi in videogiochi e vinili
  9. non ho soldi
  10. ho l'iphone 4
  11. piuttosto che parlare di banalità resto in silenzio
  12. al cibo giapponese preferisco i tortelli
  13. il sex on the beach mi fa cagare
  14. non offro nulla alle tipe perché non me ne frega un cazzo e perché loro dovrebbero darmi dei soldi visto il tempo che sistematicamente mi fanno sprecare
  15. non porto a termine nulla di quello che voglio

Sunday, January 30, 2011

Post Mortem


Un blindato che passa per le vie di un quartiere residenziale, piccola borghesia cilena dedita alle piccole e insignificanti attività del dopo lavoro o della domenica pomeriggio. Le case sono povere o forse sono solo gli anni '70, graffiati, sporchi, leggermente verdognoli, sgranati. Mario lavora all'obitorio, batte a macchina quello che dice il medico, botte, malnutrizione, un livido sulla coscia destra, un foro causato da un proiettile. Mario scrive sempre con la stessa faccia, si definisce un funzionario. Ho letto in giro che è un film che parla di corpi, un film sui corpi, corpi dappertutto e, soprattutto, senza vita. Non lo so, non mi ha dato questa impressione. Funzionario. È qui che si è riversata la mia attenzione per quasi due ore, la consapevolezza crescente che i regimi non sono retti da superuomini, polizie, pulizie etniche e piccoli esseri senza colonna vertebrale, ma dai funzionari. Mario scriveva con Allende e scrive con Pinochet, militari o no Mario scrive, solo la tecnologia lo tiene lontano dal suo lavoro che cerca comunque di compiere attraverso l'immobilità e l'attenzione media da uomo medio. È l'uomo medio che crea mostri, i nostri mostri, quelli che tocchiamo, toccheremo e abbiamo toccato durante la nostra storia. Mario è un funzionario anche nella storia d'amore, rigida, burocratica, fredda come il primo incontro con la "ballerina" Nancy.

È mattino presto, Mario si sta preparando ad un'altra giornata della sua vita, la doccia copre dei rumori via via sempre più definiti. Vetri rotti, porte divelte, spari, esplosioni. È il colpo di stato, è la morte di un'intera nazione, di un'era politica, di un sogno. Mario non sente, è sordo, la doccia è la sua vita, la doccia è la parola funzionario che nasconde il colpo di stato e la morte di un popolo. Il lavoro continua, il lavoro aumenta perché i morti sono sempre di più, quasi mi aspetto un sorriso da parte del diligente Mario, che bello venire al lavoro e lavorare senza pensare ad altro. Morte morte e ancora morte. Nancy è viva? Dov'è Nancy? Dov'è la mia compagna, fidanzata, partner, moglie? È a casa, sarà sicuramente così. È a casa ma mentre Mario lavora si diverte con un companeros della resistencia e a Mario questo non va giù.
Mario prende tutto alla lettera, Mario la fa scomparire, una delle tante desaparecidos, un corpo che poi Mario dovrà catalogare insieme a tanti altri corpi che non sono altro che il suo lavoro.

Lavoro, funzionario, regime.

Scorrono i titoli di coda e penso che per capire certe dinamiche, certe questioni, certi comportamenti non si debba per forza costruire un'opera compiuta e perfetta. Ai regimi, ai tempi oscuri, alle oscenità della storia basta poco, una storia normale, una storia come le altre, una storia fra le altre. Il Cile non fa eccezioni. Il Cile è la regola.

Monday, January 24, 2011

Il rituale mattutino del non esistere



Sono ventitré giorni che mi alzo con la stessa intenzione di non esistere per il maggior tempo possibile, almeno fino a quando non incontro la solita immagine di me stesso in qualche luogo adibito al lavoro e alla mostra dei nostri alter ego. Il mattino e i rituali consolidati, l'accertarsi di non esistere sui telegiornali regionali e nazionali, il non decidere nulla di nuovo, nulla di alternativo al solito schema abbondantemente collaudato. Fosse per me non accenderei nemmeno il cellulare. Se qualcuno mi avesse scritto, cosa ne so, alle tre di notte? Se qualcuno mi avesse cercato nel buio più totale per fare luce su qualche mio scompenso emotivo/comportamentale? DISASTRO! Per ora non è accaduto e prego ogni giorno che non accada, almeno fino al nove di Marzo, traguardo significativo per la mia persona e per il desiderio di inesistenza, oblio, caduta nel vuoto. Il cellulare finisco sempre con l'accenderlo perché è nero, piatto, monolitico, preistorico. Lo accendo e mi rassicura, provo un brivido costante e potenzialmente orgasmico, la paura della sorpresa che scompare subordinata al funzionamento (o meno) dei server Vodafone e della volontà altrui. Piatto, tutto è piatto e allora scelgo, prima prova di esistenza della giornata che comunque lascio correre facendo finta di niente, in fin dei conti non posso ritirarmi, non posso raggiungere Dunquerke perché la filosofia (o la vita) è peggio di Hitler, è spietata, mi annienta. Metto i CCCP Fedeli alla Linea, Giovanni Lindo Ferretti che sbraita in un centro sociale Berlinese, un centro sociale dove non pagano l'affitto e le berline Mercedes sono usate come totem ornamentali. PRODUCI CONSUMA CREPA PRODUCI CONSUMA CREPA… Sì. Svegliati non esistere e dormi, rispondo al nuovo Ferretti, mi darà ragione, lo so, vorrei partire per Cerreto Alpi all'istante ma non posso di nuovo fare una scelta del genere, sconvolgente, pura firma sull'esistenza. Lasciami stare, lasciami stare, voglio che sia la mia macchina a guidarmi, lei sa dove devo andare, lei sa cosa devo fare. Il viaggio è breve, breve come un coito interrotto dalla madre che ti chiede se hai fame alle tre del pomeriggio, cazzo non ho fame ho appena mangiato, cazzo mi dico io, un passo e un altro ancora e tocco il pianeta terra. Non sembra male e nessuno mi nota, nessuno mi cerca, nessuno mi tocca. Sono ancora inesistente e vitale, al tempo stesso vitale, respiro, respiro forte e nessuno mi guarda, la musica mi copre, la musica copre il mio respiro, non lo sento, cado nel baratro del non essere più, sto bene, io sto bene mi dico, il baratro è più comodo del mio divano di pelle gialla, il baratro fa rimbombare le mie grida (di gioia) NON ESISTO GIOVANNI! NON ESISTO! Prima che riattacchi con il solito sermone lo abbandono e ascolto il silenzio che c'è qui, il silenzio delle nostre esistenze che sono sottili come i passi sui pavimenti ancora bagnati, vite perse in partenza nel rombo quotidiano del DOVER ESSERE PER FORZA. Io non esisto, NON ESISTO.

Scendo dal piedistallo e guardo la mia immagine disegnata su di una vetrina, sono un fumetto e non esisto, non esisto, NON SONO IN VENDITA e quindi non esisto, sono fuori dal mercato cosmico dei fumetti. La vetrina ha una storia più interessante della mia, ha voglia di raccontarla ma io non di ascoltarla. L'ultima prova prima della fine, voglio sapere ispettore, voglio le prove della mia inesistenza, voglio l'ultima e decisiva prova prima del risveglio. Faccio dieci passi, forse undici, mi giro e li trovo lì, cubitali, sorridenti, bicromi, sfatti dal freddo. I titoli dei giornali di Reggio Emilia si ripetono con una rassicurante banalità ma l'importante, la cosa veramente importante di tutta questa storia, è che il mio nome non c'è. Non ho fatto danni, non ho subito nulla di spiacevole, non ho agito, non ho detto, non ho rilasciato dichiarazioni su me stesso e sulla mia situazione di NON ESISTENTE REPRESSO senza fissa dimora perché non ne ho bisogno. Tutto scorre e ciò mi piace, scorro con il fiume, con le anguille e le trote che un tempo popolavano i letti dei torrenti, abbandono il mio corpo alla gelida forza della natura, risalgo il verso della storia per divincolarmi dal presente che sembra aver bisogno di me.



"Ciao"


Fra quindici ore e trenta minuti tornerò a vivere.

Tuesday, January 18, 2011

gli ascolti di oggi con consigli inutili #1



Daydream Nation - Sonic Youth

Non vi sto neanche a spiegare il perché. La potenza che sprigiona questo album in ogni suo fottuto secondo svetta su tutta la merda che solitamente passa come riottosa e ribelle. La voce da puttana inferocita di kim stende qualsiasi troia che in discoteca urla e schiamazza come un pavone in calore crededosi figa, alternativa e punk

Aftermath - The Rolling Stones
Ogni parola risulterebbe banale. Date il premio nobel in qualsiasi cosa a Richards e Jagger, se lo meritano. Ah poi i Doors hanno costruito un'intera carriera musicale su una singola traccia di questo album.. ci siamo capiti.

Cara catastrofe - Le luci della centrale elettrica
Sarò irrazionale, a me questo album è piaciuto. Ha dei limiti, ci siamo, lo sa anche lui, però alcune cose e alcune frasi sono assolutamente da brividi. A me ha messo i brividi. Almeno lui ha capito che qui abbiamo solo l'ipercoop e non c'é nulla da festeggiare la sera. Ubriacarsi, questo sì, ma anche ubriacarsi costa e allora ... e allora niente. Merita comunque un ascolto.

Sea of Cowards - The dead weather
Meglio l'album precedente, sì. Troppa confusione, caciara romanesca, i prodigy hanno stuprato mezzo gruppo accanendosi su jack white e così salta fuori questa cosa che non ti dà molto.. Poi i supergruppi hanno rotto il cazzo.

Clinging to a scheme - Radio dept.
Hanno il carisma di 3 ricci in autostrada e un'attitudine alla velocità di un bradipo obeso. Le voci eteree hanno rotto il cazzo come i supergruppi, se non di più, e di innovativo in questi qua non c'è un cazzo. Poi gli svedesi vivono tutti nei suburb di stoccolma perciò non parlatemi di boschi e aurore boreali. Ridicola la parte contro le major (almeno sembra tale), probabilmente si stanno prendendo per il culo da soli.. 8/10 su NME sono veramente vomito sui capelli

Free all angels - Ash
Sempre consigliato, imho non cala mai, mai, mai, mai.. neanche con del piombo fuso nelle mutande. Anche le canzoni (apparentemente) più insignificanti hanno il loro senso e hanno dato un senso alle nebbia che mi ha avvolto nella campagna parmigiana, fottuta nebbia parmigiana che mi ha portato fuori strada in posti di merda toccati da dio con il culo

auguri.

Wednesday, December 15, 2010

siete tutti berlusconi

Perché contestate Berlusconi quando voi stessi siete Berlusconi? Combattete contro voi stessi, combattete contro berlusconi puttaniere quando voi stessi siete dei puttanieri e voi altre delle puttane. Spendete soldi su soldi per vestirvi bene e apparire come loro, frequentate posti che in tutto per tutto cercano di ricreare lo spirito carnevalesco delle feste estive sarde, ballate sulle note dei loro protetti e dei loro figli, il vostro sogno sono i soldi e la vita agiata, il divano di lele mora e il cazzo sbilenco di corona. Non nascondetevi dietro alla vostra apparenza da fattoni/alternativi/rastafariani/culani. Siete tutti uguali, stronzi. Se non aspirate ai soldi non vuole dire che non siete berlusconi. berlusconi è tanto altro e lo sappiamo, berlusconi è menefreghismo, egoismo, pressapochismo. Voi stessi non siete forse menefreghisti? Ah che belli i centrosocialari che si ergono a difensori della libertà e del bene comune per metterla nel culo al vicino di banco. Siete incoerenti come quelli che portano gli anfibi per andare in spiaggia. Volete amarvi, volete dare amore, ascoltate canzoni d’amore e scrivete poesie d’amore ma dell’amore non sapete un cazzo. Per voi l’amore è quello di berlusconi, ama se è ricambiato da qualcosa, ama se anche l’altro ama quanto ami tu, ama e non fare amare. L’amore è egoismo berlusconiano, egoismo del biscione, egoismo rossonero. Do tutto a te per non dare nulla agli altri. Mi prendo tutti i giocatori del mondo con un sacco di soldi così gli altri non vincono. Mi compro i parlamentari così ho la fiducia. Cosa dire poi di questi quattro sfigati che hanno venduto il culo? Ma voi cosa fate ogni giorno? Non voltate faccia come una suora che ha visto il cazzo di rocco siffredi? Non svolazzate come la bandiere in primavera sul ponte delle nazioni a parma? E allora di cosa vi lamentate? Scilipoti e tutti gli altri sono come voi solo che prendono un sacco di soldi per voltare la faccia. Voi? Voi cosa prendete? Prendete dei soldi? o prendete solo per il culo? Vi lamentate delle false promesse, dei programmi elettorali buttati nel cesso ma voi buttate nel cesso tutto ciò che avete detto il giorno prima e il giorno dopo lo ritirate fuori, sporco di merda, per riproporlo come la migliore cosa del mondo. Vi lamentate dei finanzieri infiltrati, della polizia che provoca ma voi stessi siete degli infiltrati nelle vite degli altri, vi infiltrate per reggere il gioco di chi sta reggendo il gioco in quel momento; pronti, nel momento opportuno, a recitare la parte del dimostrante o della forza dell’ordine. Avete i rasta e non sapete il perché, portate la kefia e non sapete cos’è, non sapete che cosa cazzo è l’ONU e neanche in che via abitate ma poi, sempre poi, inorridite di fronte alle interviste davanti a montecitorio di qualche programma televisivo. Avere o essere avere ma non sapete neanche coniugarli questi due verbi, non sapete che cosa vuol dire essere perché essere è troppo faticoso, troppe idee da tenere in conto, da consultare, toccare, rifiutare. Vi lamentate del grande fratello ma guardate tutti come pecore stronze il programma di saviano e fazio. Perché lo guardate? Perché quel programma ha fatto quello share? Essere cosa? Avere sì, avere qui avere la, avere il moroso e la morosa, avere gli amici, avere soldi. Mai pensato ad essere amico/a, amare, essere soldo per qualcuno, essere sé stessi, essere e basta? Parlate di tutto ma non sapete niente, siete come veronesi capo dell’agenzia nucleare, siete come benitez allenatore dell’inter, parlate a caso, sputate sentenze, alzate il dito, alzate la voce ma alla fine? Alla fine cosa volete davvero? Di cosa vi importa? Volete libertà, democrazia, tolleranza ma non ve ne frega un cazzo di essere liberi, non tollorate neanche voi stessi, non tollerate me e niente che sia a voi e alla vostra vita congeniale. Siete un paradosso continuo, berlusconi per voi è il paradigma, siete tutti suoi figli e probabilmente lo sono anche io. Anzi sicuramente.

Saluti

Friday, December 3, 2010

Sulla moda, il pop e la merda. Intervento di Gio Ponti su Domus (1928)




Riporto questo estratto da un articolo apparso su Domus nel 1928. Dovrebbe farci riflettere sul significato della parola moda e soprattutto sulle distorsioni che ci vengono vendute dalla nostra società, dove l'omogeneizzato è il cibo per i bambini e l'omologazione è il pasto per i grandi.


Non è il moderno di moda che mi interessa; è stato di moda anche il 'liberty', tutto è stato di moda e quelle che ci paion oggi le più brutte cose son anch'esse state di moda: l'accedere a una cosa attraverso la moda è la via più superficiale, irresponsabile, vile, indegna di noi. Un'altra cosa vi chiedo o vi dico come Architetto: non fatevi la casa (possiamo estendere il concetto di casa alla nostra vita, dico io) secondo la moda, ma secondo l'intelligenza e con un'amorosa cultura e un nostrano buon senso [...] essa non deve essere di moda, perché non deve passare di moda.


Gio Ponti, Domus, 1928

Wednesday, December 1, 2010

Villari in La Pittura Moderna




Per un attimo stacco la mia testa dallo studio e propongo qui sopra un intervento di Villari comparso su Pittura Moderna. Dovrebbe risultare interessante, soprattutto se contestualizzato nel nostro qui-e-ora

"Noi abbiamo una meravigliosa disposizione alle arti del disegno, della quale facciamo uso ed abuso; ma per la più parte di noi esse sono un grande, uno splendido ornamento, se si vuole, ma non più che un ornamento della cultura nazionale [...] Il filosofo, lo storico, l'uomo di lettere le risguardano assai spesso come soggetto lontano dai loro studi, non più che un piacevole e nobile passatempo. [...] Ma v'è egli un dubbio al mondo che l'arte sia, con la poesia, la letteratura, la musica (aggiungo io) e la scienza, una delle forme che piglia la vita intellettuale d'un popolo?
[...] Osservo i quadri non solo per quel che valgono in se stess, ma come manifestazioni della cultura nazionale, come mezzi atti a promuoverla.
[...] Una lunga esperienza ha fatto capire che oggi l'industria non può più progredire senza il sussidio di due grandi forze: la scienza e il disegno. Lo studio dell'arte ha dunque un doppio vantaggio, perché essa si connette con la industria da un lato, e con la più alta cultura letteraria dall' altro. V'è egli una materia di pubblico insegnamento o di nazionale cultura che meriti maggiore attenzione?"

Villari, Pittura Moderna, 1884

Friday, November 5, 2010

Parcheggio



Anche quella mattina si svegliò presto, le tende non facevano il loro dovere e il sole era troppo luminoso per rimanere dietro le quinte. Aprì la portiera e sentì su di se il sapore ruvido e lievemente arrugginito dell'alba di Settembre, un bel sentire pensava fra se. Non era mai stato così bene, non si sentiva così in forma da quando la nazionale aveva vinto il mondiale oppure da quando era entrato con un chupa chupa color fragola all'esame di maturità. Quattro anni, sono quattro anni brutto stronzo, disse compiaciuto. Sbatté le mani contro i fianchi, poi contro il bicipiti femorali e infine sul petto, si gettò a terra e incominciò l'unica cosa ripetitiva della sua vita. Uno, due, tre… fino ad arrivare a venticinque. Si girò, gli auto bloccanti facevano un male cane ma non badò al dolore. Uno, due, tre.. fino ad arrivare a cento. Anche per quella mattina le ripetizioni erano finite.


Ritornò nella vettura, aprì il cassetto sotto il sedile e tirò fuori una bottiglia d'acqua. Bevve un sorso e lasciò il resto per l'igiene personale, si tolse la maglietta e uscì di nuovo dotato di spazzolino e asciugamano. Si guardò intorno, neanche l'ombra di un essere umano questa mattina, pensò. Era domenica. Sputò il refuso per terra, lontano dalla sua casa, e rientrò. Si vestì velocemente, non c'era un momento da perdere, quella giornata andava vissuta, tutta, piena, andava amata e odiata, usata e salvata. Era una giornata come le altre. Tutte le altre.

Chiuse la porta, mise le chiavi in tasca, il portachiavi di Jack dava ai suoi pantaloni una forma innaturale che a lui stava profondamente sul cazzo. Brutto stronzo di un portachiavi, brutto figlio di puttana. Si incamminò verso sud con uno zaino e la bottiglia d'acqua che già conoscete. Dietro di lui la scritta Conad si allontanava, diventava sempre più piccola e indecisa, i contorni si fondevano con la luce dell'alba e quella del giorno. Ancora non si erano decisi ad alzare il sipario quella mattina. Incrociò qualche macchina, qualche giovane che la sera prima si era bevuto la propria vita e anche quella del suo amico e anche quella dell'amico dell'amico. O forse no. Forse erano solo viaggiatori come lui, viaggiatori atipici, quelli che vedono l'alba per forza e non per scelta, quelli che per scelta non riuscirebbero neanche a lavarsi il culo. Ripensò alle scelte, quelle che non aveva mai fatto e, per forza di cosa, pensò alla sua condizione attuale. Abitava in un parcheggio dentro alla sua utilitaria sudcoreana grigia. Non aveva scelto quella vita, semplicemente aveva scelto di rimanere in eterno nel limbo dell'indecisione. Ho parcheggiato la mia esistenza di fronte ad un magazzino della Conad e non ho la minima intenzione di fare retromarcia e andarmene, neanche di tirare dritto in verità. In fondo la mia vita è bella. Si, bella. Gli amici mi vengono a trovare la sera, ci sediamo di fronte ai fari accesi e, senza guardarci in faccia, parliamo. Niente vergogna, la vergogna se ne va, puff .. vengono e stiamo all'aria aperta d'estate e, quando c'è freddo, ce ne andiamo dentro, come se la macchina fosse una stalla, il bue e l'asinello. I vetri si appannano, le dita incominciano a tracciare lettere e forme, disegni che poi guardo per capire cosa passa per la testa delle persone. Ho scoperto tante cose studiando quei disegni, geroglifici moderni, volatili come i nostri tempi. Ho scoperto un sacco di cose anche su me stesso a dir la verità. Ma non v'interessa a voi, non v'interessa nulla a voi. Neanche a me, neanche a me non interessa nulla. Voglio solo passarla questa cazzo di vita, come si passa da un supermercato o da un parcheggio il venerdì sera, come si passa la domenica pomeriggio in casa guardando le partite della Premier o l'estate in città a lavorare in un negozio di sci, come si passa sopra al senso di colpa o alle promesse, come si passa sopra agli intenti e alla povertà, come si passa sopra all'ipocrisia e all'omelia del prete. Così, voglio passare e basta, voglio lasciare la minima impronta su questo mondo perché non mi sembra giusto rovinarlo, un pò come i disegni sui vetri della macchina.


Continuò a camminare per ore...

Monday, October 25, 2010

Prologo

E’ autunno e sì il cielo è ancora azzurro nonostante la valle del Po che butta su tutta quella schifezza di nebbia e grigiume vario che sì può tagliare, toccare e tutto quanto. E’ azzurro il cielo e alla fine lo sono anche io, vuoi perchè fa ancora caldo vuoi perché il blazer che ho addosso, nero come la pece, mi dona abbastanza. Giusto quell’abbastanza che non è né bene né male. E’ abbastanza. Giorno di colori nitidi, bici rosse, macchine blu, umori neri, colori sgargianti per gli zaini dei teenager che escono dalle superiori. Ci passo in mezzo come Mosè e non me ne sbatte un cazzo della loro allegria post guerra fredda perchè io e la mia bici voliamo giù da viale allegri che sembriamo due magrebini in fuga dalla polizia, il vento in faccia che sembra prendermi a sberle per tutte le stronzate che ho fatto, l’asfalto che mi segue anche lui a rotta di collo e poi bum, ferma lì, cazzo di freni che non funzionano, il semaforo è rosso e ci sì ferma ad aspettare il via. Puzza di motori diesel vecchi come me prodotti dai crucchi, quelli dell’ovest, quelli senza baffi e con i bei vestiti made in occidente, quelli che ascoltavano bowie e tutto il resto della ciurma, kraftwerk compresi. Puzza di vecchie e di naftalina, che poi sono un pò la stessa cosa, vecchi con le pillole nelle tasche dei trench che vorrei averli io dei trench così da girarci in centro e andare a fare l’aperitivo al soqquadro, roba che tutti i radical chic mi guardano e dicono “guarda quello lì che trench della madonna, sarà andato a Londra toh a prenderlo” e invece io me la rido, “l’ho rubato a un vecchio, faccia di merda, finisci lo spritz che poi ti va in culo”. Robe da matti ai semafori, robe che se ci pensi mentre vai ti vengono anche i brividi. L’omino è verde, cammina anche lui verso la mia direzione e andiamo, giù per la via dei villoni e dei ricconi, la borghesia di reggio emilia, gente per bene, gente che vota a sinistra sempre e comunque, meglio se al centro, meglio se cattolica, meglio se ricca e se fa un professione da vantarsi al circolo di canali. C’è anche il treno oggi, le sbarre vengono giù e sembra quasi ora di andare a dormire, tanto sono lente, palpebre della civiltà moderna, ingranaggi sfatti che girano per inerzia e che si sono rotti le palle di stare lì dentro a marcire e ad aspettare il prossimo provinciale reggio ciano ciano reggio. Bella storia questo treno, bella davvero, e guardalo adesso che sembra il principe emanuele a sanremo, treno marcio che se lo vedi non gli dai un soldo a quello lì, ma dove vuoi andare che se va bene arrivi a cavriago. E fermati da lenin che lui te lo dà un consiglio. Sempre.

E poi quando senti puzza di cadavere ti viene voglia di diventare vegetariano e tutte quelle menate lì da alternativo da macrobiotico, gente che manderei al macero insieme ai porci che mangiamo qua in emilia a quintali, quei porci che vedi qua fuori e che sembrano tutti contenti di fare il loro onesto lavoro, mangiare e crepare. Roba che poi facciamo anche noi solo che loro ridono, sì ridono perché guardali lì tutti felici, davvero. Sarà per la lora vita sessuale. Puzza di cadavere, mi tiro su la kefiah comprata in montagnola dal pakistano coi baffi, roba purissima questa kefiah, roba da combattente per la libertà del popolo palestinese, roba che non si compra all’h&m e neanche alla benetton.

Infilo la ciclabile a manetta, se arriva uno dall’altra parte, va beh oh, ormai ci sono, via da lì, via dalle palle vecchia che qui ci sono gli arctic da sheffield che pedalano con me, but I’ll still take you home I’ll still take you home, sì va dal sottopassaggio, slalom fra le siringhe di quelli che sono rimasti a vent’anni fa e via sul crostolo. Guardala lì, sulla destra, una collinetta che viene voglia di sdraiarti sopra e non pensare più a niente, da prenderci il sole su quella collinetta, da starci per mano a contare le scie chimiche tutto il fottuto giorno. Peccato che sia sotto la tangenziale, giusto sotto, c’ho sempre paura che arrivi giù qualche scheggia da lì o, cosa ne so, anche una macchina. Una macchina in testa, sbam, divento come donnie darko, universi paralleli e tutte quelle cose, magari vi salvo il culo a tutti e allora.. va beh. Dovrebbe essere più alto però, questo cazzo di cavalcavia. Salita, salita che sembro pantani al giro del ’98, vado su, sui pedali, fake tales of san francisco echo through the room, le strisce che volano via, via, vai che ho la maglia rosa, vai che non mi ferma nessuno, l’ultima curva, gli ultimi metri, gli ultimi metri IL GIRO E’ SUO, IL GIRO E’ SUO. La gente mi viene in contro, mi ferma, mi abbraccia, pacche sulle spalle, grande marco, grande e io con la tristezza nel cuore che spero solo di morire il prima possibile perchè non ce la faccio più qua in questo merdaio.

I matti sono tutti dentro oggi, pranzo sopraffino dalla ginestra, si mangiano le tagliatelle col ragù, mi viene voglia di fermarmi dopo una vittoria così, un gpm bello tosto quello del crostolo, da rimanerci secchi. Tagliatelle vino e ragù. Ultime curve, ultime curve e poi a casa, altro pomeriggio utile a pochi ma ci siamo siamo lì che arriviamo, sbatto giù la porta e arrivo, sbatto giù il cancello e arrivo. Ferma lì, c’è da passare di là, c’è da passare davanti alla scuola occupata dai maruga, roba che il prete non vuole e neanche il bel popolo di cavazzoli, puzzano questi topi qua, non fanno un cazzo dal mattino alla sera questi qua. Da mander via a tot i cost. Passo con fiducia, partono i beatles, i quattro ragazzi che alla fine sono andati a litigare non sì sa bene perchè, storia di soldi oppure è stata yoko ono. Mi sta sulle palle quella lì, radical chic di sto cazzo che m’hai rovinato John. La bici passa, un ragazzo si ferma, cazzo di faccia fa, sono così brutto? Tempo di farsi la barba, tempo di cambiare scarpe bum mi fa un mal di testa cane, roba che scoppia la testa, cazzo di gente che urla ma l’ipod va ancora, grazie steve, grazie steve, jai garu deva jai garu deva om, cazzo ti urli coglione, jai garu deva oom, nothing’s gonna change my world, nothing’s gonna change my world nothing’s gonna change my world.

Friday, October 15, 2010

Monsters - Recensione e pensieri



Sto cercando di riordinare l’idee che mi ha lasciato, innestato, regalato Monsters, film del regista Gareth Edwards, uomo del passato ma dal pensiero splendidamente rivolto al futuro. Il suo modo di occupare il set cinematografico, in questo caso il mondo, è arrivato nella mia mente attraverso una serie di immagini distorte. Me lo immagino come una creatura altamente tecnologica pervasa da una spiritualità folle e da un culto del lavoro quasi ossessivo. Perchè è regista, sì, ma in sostanza si è occupato di tutto quello che è “immagine” in questo film. E’ un pittore del grande schermo nel vero senso della parola, molto più di tutti gli altri registi.

La trama
Questa è la parte più noiosa e inutile (forse) e arriverò al dunque molto rapidamente, copiando e incollando (ma anche traducendo) il plot che potete trovare su Imdb.

Sei anni dopo un’invasione aliena un cinico giornalista (Andrew Kaulder) accetta di scortare una turista americana (Samantha Wynden) attraverso la zona infetta messicana per raggiungere poi la frontiera e rientrare negli Stati Uniti.

La strada da fare
Al film sono stati associati diversi generi cinematografici, sci-fi, dramma, thriller e addirittura horror. Credo che il sistema dei generi sia cosa assolutamente passata ma, ascoltando il passato, mi viene spontaneo definire questo film un “road movie” vecchio stampo con alcune caratteristiche che lo possono essere accostato ai filoni precedentemente citati. Tutto questo è, ripeto, passato (e anche inutile). Come vedremo in seguito è assolutamente inutile racchiudere questo lungometraggio in un recinto e comunque i recinti sono costruiti per essere superati.

“I’m not married, I’m engaged” “There’s no difference”
Non è mai facile trattare il tema dell’amore in un contesto violento senza risultatre patetici e scontati. Solitamente ci sono due modi di agire. O si celebra l’amore eterno o si celebra l’amore effimero dei due protoganisti, i due personaggi che noi percepiamo sullo schermo. Credo che qui invece si inserisca una sorta di gioco incrociato fra i caratteri dei due protagonisti e le loro azioni. Samantha tradirà il fidanzato rimasto sul divano, Andrew piangerà al telefono con il figlio nel giorno del suo compleanno. I ruoli si sono ribaltati, l’amore eterno sta dalla parte del “cattivo”, l’amore effimero viene celebrato dalla “pura” Samantha. Altre riflessioni? L’amore in questo film non è mai né in primo piano né, paradossalemente, in secondo piano. Le situazioni si alternano, giocano fra di loro, i piani si intersecano come se non esistessero o, pituttosto, come fossero costruiti d’aria. L’amore c’è ma non si vede, si vede ma non c’è. Attenzione. Non è l’amore celebrato dalle tante noiose commedie o altri prodotti per bambini/ragazzini/adulti. E’ un amore molto più maturo, cinico come la figura di Kaulder, realista, a volte persino spiazzante. E’ un amore però vero.

Edwards stupisce poi facendo emergere un lato sentimentale persino nelle spietate creature aliene. I due extraterrestri si amano come i due esseri umani, forse più degli stessi esseri umani. I loro tentacoli si intrecciano, la loro parte superiore si avvicina quasi per dipingere un bacio umano. Ma come? Due creature spietate che si amano? Come ho detto prima i recinti sono fatti per essere superati, i cliché cinematografici per essere finalmente distrutti. E poi anche Hitler amava alla follia il suo cane.

Apocalisse rimandata e ora sperata
Il pensiero apocalittico nel mondo cinema segue date, eventi e contesti ben precisi. Non è un caso infatti che a partire dagli anni ’60 si sono moltiplicati i film in cui l’umanità intera era soggetta ad una minaccia devastante e apparentemente inarrestabile. Se guardiamo al di là del grande schermo possiamo scorgere due funghi atomici, le due guerre mondiali, l’olocausto e un perenne stato di drole de guerre che avrebbe potuto sfociare in pochi attimi nella fine eterna. “Arrivano i nostri!”, battuta da western ma concetto valido anche per il cinema fantascentifico. L’apocalisse era sistematicamente rimandata dalle forze del bene che, grazie a singoli eroi e alla potente e tecnologicamente avanzata macchina bellica, erano in grado si sconfiggere orde di mostruosi e famelici alieni. La pellicola diventava così uno dei tanti strumenti di propaganda, un proiettile lanciato contro il grande corpo sovietico che dormiva giusto al di là del Pacifico. E se non era propaganda c’era ancora la fiducia verso un’umanità in grado di mobilitarsi contro le guerre, in grado di creare e sognare.

Ora il buono non c’è. Siamo dei fottuti cattivi (tutti quanti), che non credono più in nulla e che si stanno avviando rapidi e disinvolti verso la distruzione. Sembra quasi che i giovani registi di oggi abbiano deciso di riunirsi in un grande sabba cinematografico dove essi urlano, imprecano e chiamano a gran voce l’extraterrestre salvatore. Ci riusciranno?

Muri
La stupidità umana (statunitense in particolare), fa da sfondo a tutta la vicenda. La grande panoramica sulla “muraglia” costruita dagli americani poggia il suo peso su di una struttura antica, forse Maya, forse Azteca. Sicuramente indigena. L’uomo costruisce grandi opere (Samantha parla di 7 meraviglie) e ha costruito grandi opere. Nel passato però servivano per unire, per sviluppare, per incutere timore, per proteggersi. Oggi i muri vengono costruiti per isolare. Non conta più nulla costruire un muro se paragonato alla potenza delle armi moderne, il calcestruzzo a confronto dell’arma atomica ha la consistenza della paglia. Poco importa dunque se la sua inutilità è palese. Ciò che conta è l’impatto mediatico, il difendersi dai poveri, da chi vuole venire nel tuo paese (non necessariamente per fare del male), dal diverso, da quello che parla una lingua che non comprendi o che magari hai studiato a scuola ma il banco è caldo e la fuori fa freddo. I riferimenti sono chiari. Il muro israeliano, la politica adottata da alcuni stati della federazione americana per fermare gli immigrati centro-sud americani. Ci siamo. Ma poi sono utili questi muri nel film? No. Gli alieni passano, gli alieni invadono anche gli Stati Uniti, gli alieni prendono terreno, distruggono e costringono i cittadini ad abbandonare le loro case. E’ l’oggi. A cosa serve un muro di cemento armato quando abbiamo tentacoli in grado di arrivare in tutto il mondo?

Budget
La riflessione sul budget è d’obbligo. Il film è stato girato con la bellezza di 15000$ e credo che di questo vada tenuto conto. Spendere tanti denari è utile al film in se? Non stiamo forse concedendo troppo spazio alle leggi del mercato per sacrificare la creatività e l’idea (in definitiva l’arte)? E’ davvero necessario spendere centinaia di milioni di euro in campagne pubblicitarie, hype, gadget, spazi virtuali e cartacei giusto per far entrare più gente in sala? La creatività e la bravura di un regista non sono forse più utili? Non è più corretto dare valore a queste virtù? Edwards ci dice anche questo.

Sunday, October 10, 2010

#1 Autoritratto

Non serve l’immagine, basta la presenza, pesante, radicata, schifosa e solida. Il volatile senso del fare compare qui come mutamento continuo, stratificazione, incertezza del colore, prove tecniche di distruzione, cacciaviti e martelli.
Incubo per diverse notti, la tela se ne stava li come un acchiappasogni indiano, baluardo contro la dispersione, colla dei miei pensieri.

Tutto si è posato su questa tela. La pioggia di Agosto, il sole di Luglio, le lacrime, i pugni, la paura, il colore, la mia mano e sottili peli bovini.

Il tempo si è dilatato, tempo inutile, vuoto. Diversi giorni si sono sedimentati senza lasciare traccia. Pochi minuti hanno invece determinato l’azione che ha portato alla reazione della tela.

Saturday, October 2, 2010

Meraviglia Camaleontica


Dall’alto tutto sembra più bello.
E’ fin troppo semplice apprezzare qualcosa da una posizione che ci permette di parlare e non essere giudicati, che ci da la possibilità di vedere tutto ma non ascoltare nulla, che ci regala orizzonti incredibili e la solitudine che ognuno è solito cercare il Sabato pomeriggio.


Ho fatto la scelta opposta. Mi sono buttato in mezzo alla strada, in mezzo ad un prato pieno di insetti, dentro ad un bosco umido dove il temporale della sera prima non aveva ancora finito di raccontare le sue storie.
E allora ti capita di vedere quattro anziani seduti di fronte ad un bar parlare delle partite del pomeriggio e della gara del giorno dopo, bere le ultime gocce di caffé che più che caffé sembra zucchero sporco di caffé, alla faccia del diabete e delle disfunzioni cardiache che solitamente colpiscono le persone di una certa età. Uno mescola, alza il mazzo, l’altro distribuisce tre carte a testa agli altri quattro, un altro ancora bestemmia e l’ultimo si appoggia allo schienale della sedia senza dire nulla, apparentemente soddisfatto ma in realtà scontento per quelle tre fottute carte. La partita inizia, la prima partita di un pomeriggio ancora lungo.
Una signora scende dalla sua berlina nera, i vetri oscurati, i cerchioni alti, accompagna il suo bambino sul lato sinistro di una chiesa. La mamma saluta distratta e ritorna indietro senza curarsi di alcune parole che escono dalla bocca di suo figlio. Sta già pensando al parcheggio in cui si troverà fra dieci minuti con il suo amante, un imprenditore di una città vicina con una berlina nera, i vetri oscurati e i cerchioni alti. Il bambino lo sarebbe passato a prendere il padre due ore più tardi, direttamente da un altro parcheggio dove si stava consumando un altra storia per il loro album di famiglia.
Un ragazzo calvo, studente della facoltà di ingegneria, arriva veloce spingendo sui pedali con tutta la forza che gli è rimasta dalla sera prima. La sua mente è proiettata già alla sera che lo stava attendendo, alle ragazze che avrebbe abbordato, alle ragazze che gli avrebbero detto “no” e a quelle che avrebbero detto “si”. Non aveva un piano ma aveva voglia. Bastava.
Quattro compagni di classe sono appoggiati con tutto il peso del loro corpo, della loro cultura e della loro età, ad un cancello di una antica casa dell’alta borghesia cittadina. Parlano della giornata scolastica, non hanno voglia di tornare alle loro case, alle loro monotone vite da minorenni di buona famiglia, cercano svago nelle loro parole lievemente anarcopunk, leggermente nichiliste, sicuramente ispirate da qualche buon ascolto di musica ormai passata (sorpassata).
Una giovane badante proveniente da un paese dell’ex Unione Sovietica testa la sua nuova bicicletta comprata qualche giorno prima in un centro commerciale Coop. Non ha mai avuto una bicicletta nel suo paese ex comunista. E’ impacciata, rischia di cadere, cade, ride, si rialza e continua nella sua pedalata che la porterà chissà dove.
Un gruppo di ragazzine vestite di viola e nero urla per una viale alberato, gli ormoni già a mille pensando a quello che la sera regalerà loro. Il trucco da sciatte battone provinciali dona a loro qualche anno di più, vorrebbero sembrare più grandi per poter comprare un pacchetto di Marlboro light da condividere. Un pò come fanno con i ragazzi.
Quella sera qualcuna di loro scoperà per l’ennesima volta.
Qualcun’altra perderà la verginità duramente conquistata.
Un signore, avvocato di giorno, incallito giocatore di poker la notte, è fermo al semaforo, tira fuori il Sole 24 ore e legge l’editoriale di un noto “americanista”. Niente di nuovo. Niente di diverso. Al mondo tutto gira sempre nello stesso modo da sessantacinque anni. Il semaforo diventa verde, non se ne accorge, qualcuno da dietro suona il clacson e bestemmia. Lui impreca, getta il giornale sul sedile del passeggero e lancia la sua potente auto nel viale alberato di fronte.
Alcune famiglie nomadi cercano di sbarcare il lunario vendendo divertimento analogico a bambini maleducati. Chi si diverte a saltare in un castello di gomma colorato, chi si dedica al bigliardino, chi a colpire barattoli di latta con pistole ad aria compressa. Qualche genitore mugugna, qualcuno urla, altri colpiscono i figli con sonori ceffoni.
Una ragazza magrissima corre in un parco per perdere quei chili che non ha, ascolta musica dal suo lettore mp3 bianco, perlato, griffato Dolce&Gabbana. Le sue scarpe percuotono l’asfalto con violenza, cerca di aumentare il ritmo ma dopo pochi metri è troppo stanca. Si ferma e vomita quello che ha mangiato a pranzo.
Una scritta sul muro di un cavalcavia si prende gioco dei professionisti della corsa. “Corri stronzo!”. Qualche sera prima tre regazzi erano arrivati sotto quel cavalcavia armati di bombolette nere. Avevano un concerto poco dopo.
Una coppia di giovani genitori coccola il figlio nel passeggino. Il padre racconta storie improbabili su aeroplani, navi da guerra e paracadutisti. Il figlio non sa ancora parlare. La madre sorride, scherza col padre, i due si dimenticano di essere genitori e deludono gli occhi del figlio che rimane lì ad osservarli.
Un uomo, serio e composto, vestito di nero, cammina lentamente lungo il viale ghiaiato. Pensa al suo fallimento matrimoniale, ai soldi spesi malamente per la (ex)moglie, alle noiose vacanze che lo hanno reso ogni anno più povero, alla sere passate sul divano o in qualche locale di periferia ad ubriacarsi. Si ferma lungo il fiume. Vorrebbe buttarsi. Ci sono troppi passanti e decide di rimandare a data da destinarsi.
Un ponte, o meglio, quello che ne rimane, racconta la sua storia. Immagino ragazzi della mia età, più coraggiosi e decisi di me, affrontare la morte per fiaccare il coraggio e la speranza di tornare a casa di altri ragazzi. Una parte della struttura giace nel letto del fiume, a memoria di quei tempi e di quei ragazzi.
Un gruppetto di persone fa gruppo davanti al Municipio. Parlano del loro lavoro. Sono tutti vestiti di nero. E’ un matrimonio o un funerale? Non trovo differenze e proseguo.
Tre indiani d’america, forse Sioux, forse Cherokee, seguono una base musicale e arpeggiano con due flauti di Pan e un’ocarina. Un altro chiede denari ai tanti spettatori. C’è chi è incuriosito dalla musica, chi ride, chi ascolta commosso, chi pensa alla loro fine, al piombo portato dai volgari europei. Chi passa oltre cercando l’abito per la sera.
Una signora leggermente ritardata chiede una sigaretta ad una coppia di giovani. La accende e dopo una lunga boccata incomincia a cantare “Se ti chiamassiiiii”. Nella mano sinistra ha tre fiori gialli. Pensa a suo marito che è morto trent’anni prima.
Un ragazzo è seduto alla fermata dell’autobus. Si tocca in continuazione gli occhiali da sole, tira fuori il telefono cellulare e si specchia nello schermo nero. Pensa che si, è bello ma non troppo, intelligente ma non troppo, sensuale ma non troppo. Non pensa siano cose negative in fondo, ma forse si. Decide di andare dal barbiere. Si alza. La fermata si perde dietro ai suoi passi.

Un autobus mi sorpassa a sinistra, è pieno di persone e di borse, parole e pensieri. In quel momento tutto sembra andare a rallentatore, uno slow motion lungo qualche secondo che rende le mie pedalate lente e pesanti. Il tram si allontana, divento leggero, guardo l’orologio e la lancetta filiforme scorre normale. Segna i secondi. Uno, due, tre. Conto fino a trecento e sono qui. Su questo foglio.

Monday, September 27, 2010

Il paradosso del miracolo

Tutti sapete cos'è un miracolo. Qualcuno di voi avrà addirittura conosciuto un miracolato. Quest'oggi però volevo mettere a fuoco non tanto l'aspetto mistico/parascentifico di quest'evento ma piuttosto la sua pochezza logica.
Sarò breve ma intenso.
Scusate il regno di Dio non è nei cieli? E allora.. perchè questa paura della morte? Se devi morire MUORI! Dio ti accoglierà nelle sue braccia. Non pregare perciò di essere salvato da un miracolo in una situazione estrema, finiresti (almeno per me) dritto all'inferno.
Situazione due. Infermi e paralitici. Non è la prassi sostenere che Dio ha creato infermità e deformazioni varie con lo scopo di far compiere a queste persone una missione speciale? E allora perchè queste devono affollare Lourdes, Fatima e i vari miracolifici? A compiere la vostra missione, tutti zitti.
Ecco i malati terminali. Qui si torna alla situazione iniziale... solo che una persona lanciata contro un muro ai 200Km/h si può permettere di invocare Dio e, volendo, anche di bestemmiare...una che sa di morire ...no. Proprio no. Cazzo...si compie il volero di Dio.

Cosa cazzo andate in massa a chiedere un miracolo.. Il miracolo non può esistere in una religione che ha come fondamenta la vita eterna, il paradiso terrestre e un Dio buono (e anche bello).

Pensateci.. oppure spiegatemi dove sta il mio errore.

Saturday, September 18, 2010

Il significato di arte è arte

Ieri si discuteva sul significato della parola arte e se il creare arte nella propria camera fosse da considerarsi realmente artistico.

Ogni espressione della nostra umanità è arte, ogni contributo che noi diamo al mondo è arte. Non parliamo di estetica, non parliamo di emozioni, non parliamo di tecnica o studio.
Da qui il creare arte per se, l'arte fine a se stessa, l'arte per se stessi. Cosa importa se nessuno vede, ascolta, tocca? E, soprattutto, è così semplice far vedere, ascoltare e toccare la propria arte? L'artista da camera è veramente portato a nascondere le proprie produzioni oppure è costretto a nasconderle? Siamo ancora più chiari.. l'arte prodotta in un sistema capitalista deve sottostare alle leggi del capitalismo, deve essere appetibile a quante più persone possibili, deve avere un prezzo (un valore economico).. L'artista quindi si ritrova in una posizione di eterna debolezza, di subordinazione perenne a qualcosa che non è neanche ben visibile. Lo è nella figura del mercante d'arte, nei personaggi addetti agli eventi artistici, ai promoter ecc ecc. Dunque. Rispondo dunque "Si" alla domanda "è arte quella che tu crei e nessuno vede, ascolta, tocca?", è arte perchè per definizione se io mi esprimo creo arte. E creerei arte anche nel bel mezzo della foresta Amazzonica, sul Monte Everest e in mezzo al deserto del Sahara.

Ora faccio a voi una domanda: è meglio avere tanta libertà di espressione, quasi infinita (fin troppa) e meno libertà di movimento (negli spazi cittadini, nel mondo dell'arte) oppure meglio avere meno libertà di espressione (qualcuno ti impone dei limiti) ma libertà di movimento infinita?

Tuesday, September 14, 2010

Per il "Cosa" il "Quando" e mai per il "Come"

Credo che questa situazione, chiamiamolo killeraggio, abbia dei mandanti ben precisi. Ci sono i nomi, i cognomi, le facce e sono rigorosamente bipartisan. Ovvero nopartisan. Ovvero no idea.

Se scrivo è perché sono triste, disilluso, appeso ad un davanzale pronto per lo schianto più rumoroso della mia vita. La cosa più deludente è che non ho colpe.
Quando terminai gli studi liceali mi sembrò tutto più mio, più vero. Sentivo il mondo sotto i miei piedi. Dopo pochi mesi quel mondo non esisteva già più. Pensai in grande, pensai come un grande, credetti terminati lunghi studi didascalici, poesie memorizzate, conoscenze spiccie da Settimana Enigmistica. Quid tum. Non è una canzone di Lady Caga, non è una trasmissione di MTV. E' un'espressione latina. Ora non è cambiato nulla. Pensavo e penso tutt'ora che il mondo accademico debba per forza di cose essere "altro" da quello che è invece il mondo della scuola dell'obbligo, in fondo paghiamo di più per conoscere di più. E invece?

"Cosa", "Quando" e mai "Come"
Queste parole mi sono state sottoposte a grandi dosi in questi tre anni, le uniche questioni poste a noi altri, trattati come soubrette di spettacoli di dubbia varietà. Eppure la criticità dovrebbe essere alla base dei nostri studi, del nostro futuro "mestiere", dovrebbe anzi essere la base dell'intera umanità. Dove sta la criticità nel "Che cosa" e nel "Quando"? Da nessuna parte, risposta retorica a domanda retorica; le due domande implicano le più oggettive risposte. Il "Come" invece dovrebbe essere più interessante, se non altro dovrebbe mettere in moto qualche elemento soggettivo, dovrebbe portare al dibattito e alla ricerca della verità. Non mi piacciono le verità simmenthal, non mi piace il forno microonde che è diventata l'Università Italiana (o almeno quella che conosco io). Ovviamente ci sono eccezioni, casi che ccomunque confermano la stoltezza e la piattezza del microonde ordinario. Ci sono stati esami in cui addirittura mi è stata sottoposta una domanda alternativa al come, splendidamente alternativa. Quasi punk. "Secondo te". Mi sono sentito adulto, mi sono sentito maturo, sicuro, consapevole di me stesso. Come quel primitivo che decine di migliaia di anni fa lasciò l'impronta della sua mano in una caverna transalpina (se non erro).

Esempi di un ulteriore standard
Veniamo al caso limite, l'estrema conseguenza di quello che stiamo vivendo. Lo studio dell'arte implica necessariamente uno studio dell'immagine e questo credo sia universalmente accettato; anche da me stesso. Ma come studiare l'immagine? L'immagine porta con sè dei significati, una storia (a volte più storie), un pensiero, una politica ben precisa, delle scelte e dei dolori. Ma se tutto questo passa in secondo e terzo piano che cosa rimane di quell'immagine? Un nome, una data e (forse), un luogo. Una didascalia utile nei tanti quiz show televisivi, viaggi illusori nella felicità, confezioni di speranza post lavoro... niente di più. Noi studiosi d'arte invece dobbiamo muoverci con grazia fra queste immagini, immedesimarci con esse, capirne il senso e la struttura, la genesi, il movente, il prezzo pagato, il modello.

Se non ce lo insegna nessuno? Cinquecento immagini a memoria posso impararmele anche da autodidatta. E a costo zero da quando esiste Google image.

Conclusioni
Questa è la lezione illuminstica? Questo è il nuovo modo di "sapere"? Chi dobbiamo ringraziare? Diderot o Wikipedia? Sono il solo ad ammazzarmi in questo mare di pensiero acritico?

Monday, July 26, 2010

L'immensa inutilità del mediocre (standard)

L'utente ignoto della rete mi si para davanti, improvviso, lesto, anonimo, come il ben più famoso ignoto romano. La sensazione diffusa è di aver visto qualcosa di già visto e di assaporare, nei 10 minuti che mi separano dalla fine, un pranzo già noto, ingurgitato a più riprese per evitare un comprensibilissimo rigetto. Mi chiedo se è necessario. E' necessario rendere palese la tua stanza, rendere anonimo tutto quello che tocchi con la tua retorica mediocre e il tuo omosessuale accento snob? Sei un re mida ignotizzante, paralizzante per i (miei) pensieri, torbida mano che insozza il più bel lindo del creato.

La sfera banalizzante che hai lanciato contro il sacro è dirompente, sussidiaria, sintetica.. è come indossare un paio di mutande sintetiche, strumenti depilatorii senza lame, fautori di cattivi odori sotto falsa identità. Sbatto contro il muro per evitarla, rimbalzo di lato e mi ritrovo fuori dal coro e fuori dal sentiero tracciato per me da menti più scivolose. L'angoscia è tutto ciò che mi provoca la tua erudizione da TV medioborghese americana, angoscia e stordimento.

Pagami i danni.

Tuesday, July 13, 2010

Grigio

Vagava per la città da ormai tre giorni. Era sempre notte. Le porte erano chiuse. Non c'erano più colori in quella città, solo il bianco delle luci alogene che si faceva strada attraverso qualche finestra non ancora oscurata, famiglie che ancora dormivano in pieno spirito repubblicano. Lui si era svegliato, da tempo, e per questo non riusciva più a dormire. "In un mondo fatto di notte e di grigio che importa dormire?" domandava a se stesso, ad alta voce. Sarebbe stato più semplice fare come loro, attendere giorni migliori, attendere lo sbarco in forze delle grandi democrazie. Ma tutto taceva, tutto era fermo. Non tirava neanche più un filo di vento, in quella città. L'asfalto, da sempre grigio, grigio come le antiche vie romane, grigio come una mulattiera di montagna, era l'unica cosa a non essere cambiata. "Pensandoci nel mondo di prima ce n'erano di cose grigie, non ci facevamo caso forse, eravamo troppo colorati per pensare al grigio, al nero, al bianco" esclamava. Non pensava, parlava. Forse quelli lassù lo avevano già preso per pazzo, forse lo consideravano un anomalia in un sistema perfetto, forse un giullare che voleva ritornare a tempi antichi, dove i giullari valevano poco ma comunque qualcosa. Lui però era lucido, lucido come i riflessi della luce in una città grigia. Dovevate vedere come luccicava quella città, era formidabile. Quando si accendeva la Luna, in quelle sere alogene, tutto luccicava, soprattutto gli spigoli delle case. Fili elettrici scoperti esalavano gli ultimi respiri di una vita passata, piccoli rumori analogici sottilineavano quelle eiaculazioni esuberanti. Si sentiva odore di caffè per le vie, aroma di terre lontane, unica forma di resistenza, forse l'ultima mano tesa della Libera Coscienza Umana. Arrivò alla fine del suo settantacinquesimo giro della città, niente di nuovo era accaduto. "La signora 1 ha chiamato suo figlio a cena quando è iniziato Scherzo, il signor 2 ha bestemmiato al quinto goal preso dalla sua squadra, un match in differita di qualche anno fa, il bambino 3 ha riso per la solita battuta di un cane parlante made in Japan, il ragazzo 7 ha eiaculato all'ennesimo orgasmo di Chasey Lane, mister 15 si è infervoarato di fronte alle parole di fuoco del suo presidente contro il partito dei nullatenenti, defunto da ormai 21 anni. Tutto è sempre uguale e io sono pronto per il settantaseiesimo giro. Qui mondolibero. A voi la linea".

Era il quindicesimo mese da quando la nuvola che avvolgeva quel mondo era scomparsa. Quella parte di mondo. Rimanevano solo piccole onde nell'etere infinito, poche frequenze che quei vermi si facevano bastare. Sarebbe morto così il nostro piccolo anchorman di mondolibero, senza sapere come sarebbe finita. La sua vita terminò al cinquantamillesimo giro della città.

Saturday, July 3, 2010

Teorie estreme sul Football [edizione africana]

L'Italia rappresenta nel Football ciò che è nel mondo: oligarchia, gerontocrazia, arroganza e svogliatezza.

La media di 25 anni della squadra tedesca fa venir da piangere a me e (credo) a tutti giovani italiani. Semifinale e quattro goals all'Argentina

I grandi campioni sono grandi quando...?

Per giocare a football bisogna correre

Il Football sta diventando un non sport a causa non degli arbitri ma dei comportamenti scorretti dei calciatori. Irritanti.

Ciò che fu la Spagna agli Europei è ora la Germania.

Il calcio Africano non sarà mai al top per colpa del colonialismo e di ciò che il colonialismo ha portato: europeizzazione delle squadre africane (disastro) e europeizzazione dei giocatori africani (es. Boateng@ger, Balotelli@ita??, vari esempi in francia, khedira@ger)

La tecnologia la lascio alla mia stanza. Per il calcio chiedo solo sportività e emotività. Come ai bei tempi.

Blatter è un mafioso.

Abete ha messo le radici sulla poltrona della FIGC. AHAHAH. Il problema di questa battuta è che non è una battuta.

Lippi ha perso tutta la credibilità che aveva guadagnato nel 2006 grazie alle sue conferenze stampa degne di un Cicchitto qualsiasi...

L'Inter ha vinto la Champions, lo scudetto e la Coppa Italia perchè NON aveva giocatori italiani. Credo sia facile comprendere il perchè ora.

L'Inter ha gli unici due giovani promettenti del calcio italiano.

La famiglia Boateng potrebbe vincere i mondiali da sola.

Boateng è un gran giocatore (tutti e due).

Messi, quando c'è da lottare fa ridere. Qualcuno l'ha visto oggi? Qualcuno l'ha visto nella semifinale di Champions League? Facile fare 8 goals al Real Saragoza.

Vive la France!

Quando ci sono i mondiali accendo la televisione.

I mondiali africani sono belli perchè sono in Africa.

Le vuvuzela non mi danno fastidio. Trovo molto più fastidiosi i tifosi italiani che ululano ogni volta che un nero tocca palla.

Come potete vedere la mia mente sta evaporando e con essa tutti i pensieri che avevo in testa.

Saluti.